arte e cultura - Pagina 3

Book crossing (gira libri, libera libri, libri liberi, libri in libertà)

9 febbraio 2010 at 06:33

libro in movimento

Il logo di bookcrossing.com


Il book crossing è un movimento che mira a fare circolare i libri tra più persone. Si prende un libro per noi significativo, si scrivono alcune righe nelle prime pagine e si lascia in punto a caso della propria città.

Una buona iniziativa: il book crossing

Domenica, dopo la mia solita colazione del week-end a base di orzolatte e marmellata, mi sono messo a pc per scrivere un post. Con la mia tazza di caffè americano davanti e la scarsa voglia che mi seguiva dietro, mi sono messo un pò a navigare attendendo il momento migliore per cimentarmi con la scrittura del post. Navigando tra facebook e youtube ho scoperto un’iniziativa che non conoscevo: il book crossing.

Il book crossing nasce nel 2001 e conta già una numerosissima comunità internazionale (c’è anche il sito di riferimento per la comunità italiana di book crossing). Consiste nel prendere un proprio libro (o comprarne uno nuovo se si è legati alla propria libreria) e scrivere tra le prime pagine poche righe che spieghino l’iniziativa e cosa il libro è significato a livello personale. Il libro va poi lasciato in un punto della propria città, con l’intento che qualcun’altro lo trovi, lo legga e ripeta a seguire la stessa azione. Così facendo i libri non rimarranno fermi nelle librerie della case di ognuno di noi, ma avranno una vità un pò più attiva, contribuendo alla cultura e al piacere di più persone. In rete si parla di book crossing come pratica già attiva negli anni 70, destinata in seguito a morire perché la maggior parte delle persone si tenevano i libri senza farli circolare. Al seguente link si può leggere la più esaustiva descrizione di book crossing di wikipedia.

26 Marzo 2010: leggere leggere leggere

Alberto Schiariti è un blogger molto seguito. In un post del suo blog dal titolo “leggere leggere leggere” propone un’iniziativa molto interessante, che si avvicina al book crossing, ma book crossing non è. Alberto dichiara infatti sul suo blog che non conosceva il book crossing quando ha partorito la seguente idea: regalare ad un perfetto sconosciuto un libro. Questa sua idea è un vero e proprio evento, che si svolgerà il 26 Marzo 2010. Tutti sono chiamati a partecipare in modo organizzato o meno, ciò che conta è regalare un libro per promuovere la lettura in Italia visto che gli Italiani leggono poco (qualche hanno fa ricordo che uno studio dimostrava come i pochi Italiani che leggono sono tra i più forti del mondo. Gli Italiani leggono poco, ma i pochi che leggono divorano parecchi libri all’anno. Uno strano record del nostro strano paese). L’iniziativa di Alberto ha riscosso un grande successo e richiamato migliaia di persone pronte a partecipare in modo massivo il giorno stabilito.

L’iniziativa “leggere leggere leggere” mi è piaciuta molto e ho deciso di pubblicarla in questo post per contribuire nel mio piccolo. Ritengo però il book crossing un’iniziativa migliore. Non si regala infatti un libro ad una sola persona, ma si spera che esso giri tra più mani e più letture in modo che sia veramente attivo, vivo! La ritengo la cosa più adeguata se l’intento è quello di portare più persone verso la lettura. Consiglio quindi a tutti coloro che vorranno partecipare all’iniziativa di Alberto di farlo utilizzando la filosofia del book crossing, e di tenerla presente anche in futuro, nella speranza che sempre più libri possano girare e contribuire a fare divenire gli Italiani dei buoni lettori. La data del 26 Marzo 2010 può essere un punto di partenza per una manovra di book crossing massiva, che male non farà sicuramente. Al seguente link si può visitare la pagina di facebook dell’inziativa “leggere leggere leggere”.

Una serata da radical chic

24 gennaio 2010 at 06:49

Radical Chic

Radical Chic


Durante una serata, per me non conforme al solito, mi è stato affibiato l’appellativo di radical chic. Racconto della serata ed esame personale per valutare se rientri realmente in tale categoria.

Il preserata

Venerdì sera ho finito di lavorare alle 20 passate. Nettamente in ritardo, visto che il mio amico D. sarebbe passato a prendermi alle 21 e io dovevo ancora mangiare (e prepararlo), lavarmi, vestirmi e organizzarmi. Tutto sommato riesco a sbrigarmi molto velocemente. Taglio a fette 2 cespi di insalata belga, li faccio rosolare per bene in un filo d’olio e in un pizzico di salamoia bolognese, scaldo una piadina e in men che non si dica sono a tavola che ingurgito la mia cena accompagnata con un vino casereccio piuttosto frizzantino. Non male. Lavo i piatti al volo e quando finisco le mie cose D. mi fa uno squillo sul cellulare. Il tempo di prendere le mie cose e leggermente in ritardo scendo. Destinazione: Bologna centro. Arrivati al pub celtic druid, io e D. cominciamo a bere la nostra amata guinness e poco dopo ci raggiungono A. e N. Un’altra birretta in compagnia e poi fuori per incontrarci con M.

Bevendo in giro per locali

Due chiacchiere del più e del meno e decidiamo di andare in un locale. Generalmente i nostri venerdì sera sono molto tranquilli; un paio di birrette, due chicchiere, un giro per il centro e da bravi trentenni, che il sabato mattina si alzano più o meno presto rispetto alla massa di giovini, si torna mestamente a casina per infilarsi sotto le coperte. Venerdì invece il destino ci ha riservato un’altra serata, un pò più lunga e un pò più alcolica. Ci dirigiamo quindi verso il soda pop, un locale imbucato tra le vie del centro, dove all’ora in cui ci siamo presentati non c’era praticamente nessuno. Ci siamo resi conto di essere ormai dei vecchietti quando i primi clienti ad entrare sono stati dei ragazzini. Capito che ormai quel locale non ci apparteneva più ci siamo bevuti una cosina e poi siamo nuovamente usciti nel freddo siberiano di Bologna verso altri locali. Destinazione: “le scuderie” in piazza verdi.

Nulla da fare. Il locale funzionava con le drink card e non eravamo intenzionati a spendere troppi soldini per bere due cosine (soprattutto perché in quel momento pensavamo che ormai poteva anche bastare visto ciò che avevamo bevuto). Ci infiliamo allora in via delle moline, proprio li vicino, dove un paio di bar vendono cicchetti veloci poco impegnativi. Per me che sono diabetico erano impegnativi eccome. Ma venerdì era una serata strana e dopo quasi 6 anni senza nessun tipo di superalcolico ho deciso che una tequila in ricordo dei vecchi tempi ci sarebbe stata proprio bene. E così tra un baretto e l’altro le tequile sono diventate 3. Forse un pò troppe. Anzi, sicuramente, perché il mio cervello, sebbene lucido e conscio, ha nettamente cominciato a perdere dei colpi.

L’incontro con Laura

Nell’ultimo baretto rimaniamo un pò più lungo, quasi stazioniamo li. Poco dopo essere entrati una ragazza di nome Laura, che teneva sicuramente testa al nostro grado alcolemico, attacca bottone e comincia a fare delle chiacchiere del più e del meno: il Bologna, il calcio, le solite minchiate insomma! Non so come, ma mi sono ritrovato in breve a discutere con questa simpatica e alticcia ragazza. Una spinta data dall’alcol, un’altra data dal mio carattere e in breve la discussione si è fatta più accesa. Tra le poche cose che ricordo c’è di averle detto a un certo punto che era un peccato che fosse una rompicoglioni. Che sia stato questa battuta poco riuscita a fare scaturire in lei la voglia di lanciarmi frecciatine?

Laura assesta un colpo dietro l’altro

Comunque, ero li con il mio cervello imbevuto nell’alcol e la glicemia, che puntava verso il basso, mi costringeva di tanto in tanto a infilare le mani in tasca in cerca delle mie bustine di zucchero per ridarle vigore. Laura si era impuntata e ormai non mi dava più tregua. Dapprima riteneva fossi un prete, poi un intellettualoide e il tripudio tra i miei amici si è innalzato forte quando mi ha dato del moralizzatore! I miei amici usano questo epiteto da tempo nei miei confronti 🙂 . Insomma, Laura affondava colpi su colpi e ho dovuto stringerle anche io la mano per il colpaccio ben riuscito del moralizzatore.

Fare ragionare un’ubriaca = rompere le palle

Siamo andati avanti una decina di minuti tra battute e risposte. Lei era sicuramente più elastica e probabilmente avrebbe voluto vedermi muovere un pò di più, ma il vino a cena, le due guinness al celtic, il vino al soda pop e le tre tequila sale e limone bevute nei vari bar stavano chiedendo una cruenta vendetta al mio fisico e al mio cervello. Riuscivo giusto a tenere botta difendendomi di tanto in tanto dai suoi colpi ben mirati e cercando un colloquio più tranquillo che non ha mai trovato seguito. Credo sia stato il mio cercare di parlarle a farmi vedere ai suoi occhi come un rompipalle, una cosa comune al giorno d’oggi. La gente beve per dimenticare e divertirsi. Mentre è impegnata a sbevazzare non puoi farla ragionare, altrimenti diventi un guastafeste, un rompipalle appunto.

Laura mi dice che sono un radical chic

E così dopo essere stato appellato come intellettualoide e moralizzatore ho sentito un nuovo epiteto che mai prima di allora avevo sentito affiabiarmi. Non solo, non avevo proprio mai sentito questo termine. Laura mi dice che sono un radical chic! Di primo acchitto ho pensato fosse un termine da lei inventato, ma indipendentemente dalle origini, ha riscosso un buon successo, soprattutto tra i miei amici che in queste situazioni si divertono come matti. Salutata Laura ci siamo incamminati verso casa e l’alcol, che ancora ci permeava il cervello, ci faceva vaneggiare e ridere circa la creazione di un gruppo su facebook dal nome radical chic (ho scoperto stupito che esistono già vari gruppi su facebook dedicati al radical chic). Al mio ritorno a casa ho provveduto abilmente a ridare ossigeno al mio cervello annegandolo in 3 secche bevute da mezzo litro d’acqua, che mi avrebbero poi portato durante la notte a sveglairmi per andare al bagno.

La curiosità verso il termine radical chic

Sabato mattina mi sono svegliato ovviamente un pò intontito e in ritardo nonostante i buoni propositi. Ma una corposa colazione a base di fette biscottate, burro, marmellata e orzo-latte mi ha rimesso in sesto. Dentro di me già riemergevano i ricordi della nottte precedente e si affacciava nella mia mente la curiosità circa il radical chic. Così mi metto a pc e faccio una bella ricerca:

Radical chic è un’espressione denigratoria per etichettare gli intellettuali e/o i benestanti che sostengano pubblicamente teorie politiche radicali di sinistra o terzomondiste, e che esprimono supporto a gruppi rivoluzionari o terroristici. Nell’immaginario popolare tale gruppo si identifica anche per l’esibizione di cultura “alta”, per la curata trasandatezza nel vestire e, talora, anche per la ricercatezza in ambito gastronomico e turistico. In genere è una forma di ipocrisia socio-eonomica, dove ” si predica bene e si razzola male “.

Un esame personale per riscontrare se sia un radical chic

Cavolo! Un’espressione abbastanza colorita. Ora, i casi sono due: o non mi conosco o non mi conosce Laura. Scherzi a parte, ritengo sia tutto causa di un male odierno, che porta le persone a categorizzare per forza tutto e tutti. Credo sia per questo che Laura mi ha dato del radical chic, oltre ovviamente al non conoscermi. Non mi sento un intellettuale, proprio no. Gli intellettuali a mio avviso sono altri, sanno moltissime cose e per lo più passano la maggior parte del loro tempo sui libri (mi piacerebbe passare un pò di tempo in più sui libri). Non credo poi di essere nemmno un intellettualoide (anche se non ho mai ben capito cosa significhi esattamente), sebbene gli amici per scherzo mi appellano spesso in tale maniera. Sono poi apolitico e non mi piace affatto la violenza. Non vedo quindi come possa sostenere teorie politiche o supportare rivoluzioni o atti terroristici.

Non ho un’alta cultura, ho preso una qualifica di scuola superiore solo l’anno passato e la mia cultura generale si aggira intorno alla media. Ritengo ognuno sappia il fatto suo, chi più chi meno. Non sono curamente trasandato nel vestire e non sono nemmeno un fighetto. Soprattutto non mi interessano proprio i vestiti. Infatti non ne compro da anni. Se la maggior parte di persone smettesse di comprare vestiti potrebbe comunque vestirsi per i prossimi 20 anni. Molti vestiti che ho poi sono di seconda mano. Cugini e parenti vari, che tra il disinteresse dei vecchi vestiti e la voglia di comprarne dei nuovi, rinfoltisce di tanto in tanto il mio guardaroba. Non ci vedo nulla di male e nulla di politico-economico in questo.

Sono quasi vegano, ma questo non credo mi faccia divenire un sofisticato. Ho semplicemente fatto una scelta e fondamentalmente faccio pure fatica a mantenerla. Non solo per quanto mi costi comprare tofu e seitan, ma anche perché una maggiore scelta alimentare mi faciliterebbe la vita visto la mia malattia. Non mangio praticamente mai fuori, non mi interessano i ristoranti e i piatti ricercati. Ciò che mangio lo cucino da me e ritengo comunque che il cibo sia per troppe persone una preoccupazione. L’ultima vacanza l’ho fatta nel 98 in sardegna. Intorno al 2000 sono stato 4 giorni ad amsterdam nel tentativo, piuttosto riuscito, di perdere il cervello a forza di canne. Un paio di anni fa ho passato 5 giorni in roulotte a gabicce monte, ma non ritengo sia stata prettamente una vacanza per via della brevità della stessa e delle fatiche che ho avuto nel mangiare visto che sono diabetico. Ma nonostante tutto con il mio amico D. mio sono divertito e sono stato bene.

Non ho particolare interesse nel viaggiare, sebbene la ritengo una cosa appassionante e divertente (anche se ad oggi molte persone viaggiano solo per fuggire dai problemi odierni). Purtroppo il mio stile di vita e il mio carattere stranito mi hanno sempre dato poche possibilità di viaggiare, non vedo quindi come possa avere un lato “ricercato” in questo. Sicuramente ogni tanto sono un ipocrita, come tutti. E come tutti ogni tanto predico bene e razzolo male, ma non credo questo possa farmi fnire sotto la categoria radical chic, altrimenti credo ci saremmo tutti. Probabilmente sono solo i lati dell’essere umano.

Altre interpretazioni del termine radical chic

Cercando in rete ho trovato altre interpretazioni al termine radical chic. Quella che va per la maggiore è la seguente: una persona snob con idee politiche di sinistra, caratteizzata da un ceto sociale medio-alto che per puro diletto si comporta invece come se non avesse soldi. Detta in parole povere un comunista coi soldi che si atteggia a poveretto cercando di apparire acculturato e intelligente. Una figura piuttosto ambigua. A mio avviso il radical chic non è che una moda come tutte le altre. Un pensiero e un modo di comportarsi alternativi che falliscono miseramente conformandosi poi sotto lo stesso radical chic. Forse i figli di papà si comportano in questo modo per manifestare il loro disaccordo famigliare e potere criticare chi come loro appartiene a un ceto benestante. Probabilmente un modo per autocriticarsi senza farlo capire. Un’autocritica nata dal non piacersi. Una sorta di richiesta di aiuto per cambiare e migliorarsi.

Il vero problema di fondo

Ripensando alla serata e a Laura mi chiedo cosa cavolo centri io col radical chic e cosa ci azzecchi con il dialogo avuto con Laura, che a mio avviso si riassume bene con la seguente immagine.

un ragazzo un pò sfondato indica un ragazzo intellettuale. A fianco la scritta: io odio questo ragazzo

L'odio nei confronti degli intellettuali (o presunti tali)

L’arte al giorno d’oggi

11 novembre 2009 at 06:44

Impegnarsi a interpretare un'opera d'arte trasmette emozioni

Impegnarsi a interpretare un'opera d'arte trasmette emozioni


Spesso l’arte viene poco compresa dai più. Un mondo un pò di nicchia che se conmpreso può divenire veramente di tutti. Imparare cosa c’è dietro un’opera d’arte permette di apprenderne meglio l’arte stessa che ivi vi è racchiusa.

L’interpretazione odierna dell’arte

Nell’epoca supertecnologica di oggi dare un significato logico all’arte è molto difficile. È giusto puntare l’attenzione sul prodotto artistico, che è quello che comunica con i fruitori. I prodotti artistici nascono per sopravvivere al loro creatore racchiudendovi valori spirituali eterni, scaturiti appunto, dall’esperienza dell’artista appresa durante la sua vita e le sue esperienze.

L’arte come mezzo di percezione

L’opera d’arte quindi è una porta che ci permette di vedere e di vivere, in certi casi, una certa esperienza vissuta dall’artista, di provare le sue emozioni. Non è semplicemente un quadro da appendere a una parete perché s’intona al divano o alla tappezzeria; non è una scultura da mettere in giardino o da posizionare come sopramobile, non è un oggetto d’arredo. L’opera d’arte è intrisa delle passioni dell’artista, del suo pensiero, delle sue credenze e motivazioni, della pelle delle sue abili mani che l’hanno modellata.

L’emozioni fuoriescono dall’artista ed entrano nell’osservatore attraverso l’opera

Il fruitore dovrebbe percepire e assorbire queste emozioni, sentirle dentro e farle proprie. È questo che fa, o dovrebbe fare, l’arte: comunicare! L’artista è un’anima sensibile, è una spugna in grado di assorbire e rilasciare contenuti. Il vero artista è colui che è in grado di creare qualcosa dal nulla, frutto di un’idea nata dal suo inconscio più profondo. Attraverso il suo intelletto e le sue mani ci mostra ciò che vede. I colori pastosi di una tela ci trasmettono tutte le passioni, le paure, le tensioni da lui vissute. Possiamo quasi vederlo all’opera. Riusciamo a percepire il pennello che graffia la tela intriso dal colore scelto. Toccando un blocco scolpito sentiamo ogni colpo di scalpello, quelli assestati con decisione, e quelli che scivolano sulla pietra perché dati in un attimo di distrazione, sentiamo il sudore e il tocco leggero della sua mano che già vede l’opera ancor prima che sia completata. Una foto è un attimo immortalato sulla carta, è un respiro in sospeso, è colore, luce ed emozione, è un attimo che rimane vivo nel tempo.

L’arte nel tempo

Cos’è allora l’arte oggi? È cambiata nel tempo? L’arte è la stessa che era ieri e sarà la stessa domani. L’arte è gioia, paura, terrore, amore, innocenza, invidia, euforia, passione, l’arte è vita. L’arte fa sognare. È come un libro che si mostra con silenzioso rispetto, si dispiega con generoso affanno e si lascia leggere con totale arrendevolezza. Come un racconto per bambini è divertente, è semplice, è per tutti. Nell’arte puoi vedere ciò che vuoi, puoi sentire l’emozioni che preferisci, puoi farle tue. L’arte fa sognare e viaggiare; trascina e innalza gli animi e va vissuta perché è unica.

Le differenze dei banchetti notturni tra l’Italia del nord e quella del sud

9 novembre 2009 at 05:51

Il pane con la milza

Navigando su youtube mi sono imbattutto in un video alquanto particolare, che mi ha fatto pensare ad alcune differenze tra nord e sud. Nel video qui sotto si vede un certo “Rocky” intento a preparare e vendere panini con la milza, che da quanto ho capito sono una prelibatezza Palermitana. Al nord ci sono varie specialità, ma non ho mai visto banchetti notturni prepararne. Se si esce dal contesto di sagra e festa gli unici banchetti che rimangono sono i “piadinari” che preparano panini farciti in vari modi, ma che nulla hanno di tipico o tradizionale.

Le mancanze del nord Italia

Insomma al nord niente banchetti notturni. Niente panini col prosciutto a Parma, con la mortadella a Bologna o col salame a Milano, o altre tipicità territoriali. Ma a parte questo ciò che mi ha colpito è la poesia che c’è dietro a tutto il contesto, che rende particolare il personaggio, la sua storia, la tradizione di questo cibo. Da vedere!

L’importanza di leggere fiabe ai bambini

30 ottobre 2009 at 13:39

disegno di una mamma che legge fiabe ai suoi due bimbi

Il momento magico della lettura delle fiabe ai più piccoli


La lettura delle fiabe ai bambini è un momento poetico e importante. Purtroppo non tutti i genitori dedicano ai propri figli il tempo che sarebbe necessario per farli volare ora sulle ali della fantasia e permettergli un giorno di maturare nobili sentimenti.

Come vivono le fiabe i bambini

Un’immagine poetica e ricercata è quella di una mamma seduta su una seggiola, con un libro tra le mani, che legge una fiaba ai propri bambini, ansiosi ed eccitati delle nuove avventure che presto vivranno. Le fiabe sono per ogni bambino come ali per volare tra mondi e personaggi fantastici, lontani dalla fredda realtà quotidiana. Le fiabe non sono altro che fughe dalla consuetudine delle cose.

Dai cantastorie agli autori d’oggi

Un tempo erano leggende e racconti, ricordate dai più vecchi ai giovani, ancor prima venivano cantate e messe in scena da bardi itineranti. I racconti orali sono sopravvissuti per secoli, passando di bocca in bocca, riconosciuti poi da coloro che ne avevano notato l’importanza. I fratelli Grimm ad esempio, sono tra questi.

Le emozioni delle fiabe

Ma cosa attrae tanto i bambini dalle favole? Probabilmente la prima descrizione armonica d’inizio racconto piace molto, “C’era una volta una buona regina…”, c’era una volta un bel castello…”, c’erano una volta due bambini che vivevano con il papà e la mamma nella loro casetta vicino al bosco”. Queste ambientazioni trasmettono tranquilità. Leggiamo la descrizione di un’atmosfera rassicurante, che sarà però presto interrotta da bugie, cattiverie, orgoglio, vigliaccheria, ottusità, brama e avarizia commesse da uomini rappresentanti le maschere del male.

Dalla perdizione nel male al riscatto del bene

Il protagonista della fiaba è sperduto ed esiliato, si smarrisce in una foresta oscura, perde la strada di casa, piomba in un sonno profondo; sembra quasi che le tenebre abbiano il sopravvento. In questa atmosfera d’instabilità arrivano segni d’aiuto da qualcuno d’inaspettato o al contrario conosciuto: messaggeri del bene, paladini del coraggio e dell’altruismo. Inizia così a brillare la speranza di un cambiamento: il bene vede una possibilità di riscatto e può vincere!

La speranza e la rassicurazione di un lieto fine

È un fatto comune che in questo genere di fiabe sia il principe o un altra figura similare a salvare la situazione attraverso le più valorose virtù: amore, coraggio, umiltà, sincerità e sacrificio. La drammaticità delle favole ha un impulso morale altissimo per la fantasia dei bambini. Si ritrovano a vivere le stesse emozioni dei protagonisti delle loro fiabe: la felicità di vivere tranquillamente, il dolore del perdersi o dei drastici cambiamenti, l’ingiustizia delle cose, per poi arrivare ad un lieto fine.

L’impegno di leggere le fiabe contro la comodità di accontentare i bambini nei loro capricci

Ascoltare le fiabe, o più tardi leggerle, è un’esperienza fondamentale per i più piccoli. Li aiutano a sviluppare una solida moralità. Leggete quindi le fiabe ai bambini! Da grandi porteranno con loro il caldo ricordo di una bella fiaba che li ha fatti viaggiare e volare al di là dei soliti confini. Si formeranno legami d’amore molto più saldi di quanto avvenga accontentando i bambini nei capricci e nelle richieste che oggi si ritiene doveroso soddisfare.