ipocrisia

Una serata da radical chic

24 Gennaio 2010 at 06:49

Radical Chic

Radical Chic


Durante una serata, per me non conforme al solito, mi è stato affibiato l’appellativo di radical chic. Racconto della serata ed esame personale per valutare se rientri realmente in tale categoria.

Il preserata

Venerdì sera ho finito di lavorare alle 20 passate. Nettamente in ritardo, visto che il mio amico D. sarebbe passato a prendermi alle 21 e io dovevo ancora mangiare (e prepararlo), lavarmi, vestirmi e organizzarmi. Tutto sommato riesco a sbrigarmi molto velocemente. Taglio a fette 2 cespi di insalata belga, li faccio rosolare per bene in un filo d’olio e in un pizzico di salamoia bolognese, scaldo una piadina e in men che non si dica sono a tavola che ingurgito la mia cena accompagnata con un vino casereccio piuttosto frizzantino. Non male. Lavo i piatti al volo e quando finisco le mie cose D. mi fa uno squillo sul cellulare. Il tempo di prendere le mie cose e leggermente in ritardo scendo. Destinazione: Bologna centro. Arrivati al pub celtic druid, io e D. cominciamo a bere la nostra amata guinness e poco dopo ci raggiungono A. e N. Un’altra birretta in compagnia e poi fuori per incontrarci con M.

Bevendo in giro per locali

Due chiacchiere del più e del meno e decidiamo di andare in un locale. Generalmente i nostri venerdì sera sono molto tranquilli; un paio di birrette, due chicchiere, un giro per il centro e da bravi trentenni, che il sabato mattina si alzano più o meno presto rispetto alla massa di giovini, si torna mestamente a casina per infilarsi sotto le coperte. Venerdì invece il destino ci ha riservato un’altra serata, un pò più lunga e un pò più alcolica. Ci dirigiamo quindi verso il soda pop, un locale imbucato tra le vie del centro, dove all’ora in cui ci siamo presentati non c’era praticamente nessuno. Ci siamo resi conto di essere ormai dei vecchietti quando i primi clienti ad entrare sono stati dei ragazzini. Capito che ormai quel locale non ci apparteneva più ci siamo bevuti una cosina e poi siamo nuovamente usciti nel freddo siberiano di Bologna verso altri locali. Destinazione: “le scuderie” in piazza verdi.

Nulla da fare. Il locale funzionava con le drink card e non eravamo intenzionati a spendere troppi soldini per bere due cosine (soprattutto perché in quel momento pensavamo che ormai poteva anche bastare visto ciò che avevamo bevuto). Ci infiliamo allora in via delle moline, proprio li vicino, dove un paio di bar vendono cicchetti veloci poco impegnativi. Per me che sono diabetico erano impegnativi eccome. Ma venerdì era una serata strana e dopo quasi 6 anni senza nessun tipo di superalcolico ho deciso che una tequila in ricordo dei vecchi tempi ci sarebbe stata proprio bene. E così tra un baretto e l’altro le tequile sono diventate 3. Forse un pò troppe. Anzi, sicuramente, perché il mio cervello, sebbene lucido e conscio, ha nettamente cominciato a perdere dei colpi.

L’incontro con Laura

Nell’ultimo baretto rimaniamo un pò più lungo, quasi stazioniamo li. Poco dopo essere entrati una ragazza di nome Laura, che teneva sicuramente testa al nostro grado alcolemico, attacca bottone e comincia a fare delle chiacchiere del più e del meno: il Bologna, il calcio, le solite minchiate insomma! Non so come, ma mi sono ritrovato in breve a discutere con questa simpatica e alticcia ragazza. Una spinta data dall’alcol, un’altra data dal mio carattere e in breve la discussione si è fatta più accesa. Tra le poche cose che ricordo c’è di averle detto a un certo punto che era un peccato che fosse una rompicoglioni. Che sia stato questa battuta poco riuscita a fare scaturire in lei la voglia di lanciarmi frecciatine?

Laura assesta un colpo dietro l’altro

Comunque, ero li con il mio cervello imbevuto nell’alcol e la glicemia, che puntava verso il basso, mi costringeva di tanto in tanto a infilare le mani in tasca in cerca delle mie bustine di zucchero per ridarle vigore. Laura si era impuntata e ormai non mi dava più tregua. Dapprima riteneva fossi un prete, poi un intellettualoide e il tripudio tra i miei amici si è innalzato forte quando mi ha dato del moralizzatore! I miei amici usano questo epiteto da tempo nei miei confronti 🙂 . Insomma, Laura affondava colpi su colpi e ho dovuto stringerle anche io la mano per il colpaccio ben riuscito del moralizzatore.

Fare ragionare un’ubriaca = rompere le palle

Siamo andati avanti una decina di minuti tra battute e risposte. Lei era sicuramente più elastica e probabilmente avrebbe voluto vedermi muovere un pò di più, ma il vino a cena, le due guinness al celtic, il vino al soda pop e le tre tequila sale e limone bevute nei vari bar stavano chiedendo una cruenta vendetta al mio fisico e al mio cervello. Riuscivo giusto a tenere botta difendendomi di tanto in tanto dai suoi colpi ben mirati e cercando un colloquio più tranquillo che non ha mai trovato seguito. Credo sia stato il mio cercare di parlarle a farmi vedere ai suoi occhi come un rompipalle, una cosa comune al giorno d’oggi. La gente beve per dimenticare e divertirsi. Mentre è impegnata a sbevazzare non puoi farla ragionare, altrimenti diventi un guastafeste, un rompipalle appunto.

Laura mi dice che sono un radical chic

E così dopo essere stato appellato come intellettualoide e moralizzatore ho sentito un nuovo epiteto che mai prima di allora avevo sentito affiabiarmi. Non solo, non avevo proprio mai sentito questo termine. Laura mi dice che sono un radical chic! Di primo acchitto ho pensato fosse un termine da lei inventato, ma indipendentemente dalle origini, ha riscosso un buon successo, soprattutto tra i miei amici che in queste situazioni si divertono come matti. Salutata Laura ci siamo incamminati verso casa e l’alcol, che ancora ci permeava il cervello, ci faceva vaneggiare e ridere circa la creazione di un gruppo su facebook dal nome radical chic (ho scoperto stupito che esistono già vari gruppi su facebook dedicati al radical chic). Al mio ritorno a casa ho provveduto abilmente a ridare ossigeno al mio cervello annegandolo in 3 secche bevute da mezzo litro d’acqua, che mi avrebbero poi portato durante la notte a sveglairmi per andare al bagno.

La curiosità verso il termine radical chic

Sabato mattina mi sono svegliato ovviamente un pò intontito e in ritardo nonostante i buoni propositi. Ma una corposa colazione a base di fette biscottate, burro, marmellata e orzo-latte mi ha rimesso in sesto. Dentro di me già riemergevano i ricordi della nottte precedente e si affacciava nella mia mente la curiosità circa il radical chic. Così mi metto a pc e faccio una bella ricerca:

Radical chic è un’espressione denigratoria per etichettare gli intellettuali e/o i benestanti che sostengano pubblicamente teorie politiche radicali di sinistra o terzomondiste, e che esprimono supporto a gruppi rivoluzionari o terroristici. Nell’immaginario popolare tale gruppo si identifica anche per l’esibizione di cultura “alta”, per la curata trasandatezza nel vestire e, talora, anche per la ricercatezza in ambito gastronomico e turistico. In genere è una forma di ipocrisia socio-eonomica, dove ” si predica bene e si razzola male “.

Un esame personale per riscontrare se sia un radical chic

Cavolo! Un’espressione abbastanza colorita. Ora, i casi sono due: o non mi conosco o non mi conosce Laura. Scherzi a parte, ritengo sia tutto causa di un male odierno, che porta le persone a categorizzare per forza tutto e tutti. Credo sia per questo che Laura mi ha dato del radical chic, oltre ovviamente al non conoscermi. Non mi sento un intellettuale, proprio no. Gli intellettuali a mio avviso sono altri, sanno moltissime cose e per lo più passano la maggior parte del loro tempo sui libri (mi piacerebbe passare un pò di tempo in più sui libri). Non credo poi di essere nemmno un intellettualoide (anche se non ho mai ben capito cosa significhi esattamente), sebbene gli amici per scherzo mi appellano spesso in tale maniera. Sono poi apolitico e non mi piace affatto la violenza. Non vedo quindi come possa sostenere teorie politiche o supportare rivoluzioni o atti terroristici.

Non ho un’alta cultura, ho preso una qualifica di scuola superiore solo l’anno passato e la mia cultura generale si aggira intorno alla media. Ritengo ognuno sappia il fatto suo, chi più chi meno. Non sono curamente trasandato nel vestire e non sono nemmeno un fighetto. Soprattutto non mi interessano proprio i vestiti. Infatti non ne compro da anni. Se la maggior parte di persone smettesse di comprare vestiti potrebbe comunque vestirsi per i prossimi 20 anni. Molti vestiti che ho poi sono di seconda mano. Cugini e parenti vari, che tra il disinteresse dei vecchi vestiti e la voglia di comprarne dei nuovi, rinfoltisce di tanto in tanto il mio guardaroba. Non ci vedo nulla di male e nulla di politico-economico in questo.

Sono quasi vegano, ma questo non credo mi faccia divenire un sofisticato. Ho semplicemente fatto una scelta e fondamentalmente faccio pure fatica a mantenerla. Non solo per quanto mi costi comprare tofu e seitan, ma anche perché una maggiore scelta alimentare mi faciliterebbe la vita visto la mia malattia. Non mangio praticamente mai fuori, non mi interessano i ristoranti e i piatti ricercati. Ciò che mangio lo cucino da me e ritengo comunque che il cibo sia per troppe persone una preoccupazione. L’ultima vacanza l’ho fatta nel 98 in sardegna. Intorno al 2000 sono stato 4 giorni ad amsterdam nel tentativo, piuttosto riuscito, di perdere il cervello a forza di canne. Un paio di anni fa ho passato 5 giorni in roulotte a gabicce monte, ma non ritengo sia stata prettamente una vacanza per via della brevità della stessa e delle fatiche che ho avuto nel mangiare visto che sono diabetico. Ma nonostante tutto con il mio amico D. mio sono divertito e sono stato bene.

Non ho particolare interesse nel viaggiare, sebbene la ritengo una cosa appassionante e divertente (anche se ad oggi molte persone viaggiano solo per fuggire dai problemi odierni). Purtroppo il mio stile di vita e il mio carattere stranito mi hanno sempre dato poche possibilità di viaggiare, non vedo quindi come possa avere un lato “ricercato” in questo. Sicuramente ogni tanto sono un ipocrita, come tutti. E come tutti ogni tanto predico bene e razzolo male, ma non credo questo possa farmi fnire sotto la categoria radical chic, altrimenti credo ci saremmo tutti. Probabilmente sono solo i lati dell’essere umano.

Altre interpretazioni del termine radical chic

Cercando in rete ho trovato altre interpretazioni al termine radical chic. Quella che va per la maggiore è la seguente: una persona snob con idee politiche di sinistra, caratteizzata da un ceto sociale medio-alto che per puro diletto si comporta invece come se non avesse soldi. Detta in parole povere un comunista coi soldi che si atteggia a poveretto cercando di apparire acculturato e intelligente. Una figura piuttosto ambigua. A mio avviso il radical chic non è che una moda come tutte le altre. Un pensiero e un modo di comportarsi alternativi che falliscono miseramente conformandosi poi sotto lo stesso radical chic. Forse i figli di papà si comportano in questo modo per manifestare il loro disaccordo famigliare e potere criticare chi come loro appartiene a un ceto benestante. Probabilmente un modo per autocriticarsi senza farlo capire. Un’autocritica nata dal non piacersi. Una sorta di richiesta di aiuto per cambiare e migliorarsi.

Il vero problema di fondo

Ripensando alla serata e a Laura mi chiedo cosa cavolo centri io col radical chic e cosa ci azzecchi con il dialogo avuto con Laura, che a mio avviso si riassume bene con la seguente immagine.

un ragazzo un pò sfondato indica un ragazzo intellettuale. A fianco la scritta: io odio questo ragazzo

L'odio nei confronti degli intellettuali (o presunti tali)

Il piacere di una stretta di mano e l’ignoranza che deriva dai convenevoli

27 Novembre 2009 at 14:23

Una stretta di mano e una parola convenevole di troppo

Una stretta di mano e una parola convenevole di troppo


I convenevoli venivano utilizzati un tempo per determinati motivi, ad oggi rimane ancora in noi una serie di abitudini che oggi giorno però non sono più consone al tipo di vita che facciamo. Oltre a comportarci per abitudine, questi gesti perdono valore, lasciando posto ad ignoranza e ipocrisia.

Sicuro che sia un piacere?

Siamo così condizionati dai convenevoli che ormai non ci accorgiamo più di ciò che facciamo e di quello che diciamo. Quando ci presentiamo a qualcuno o quando lo incontriamo per i più svariati motivi gli diamo la mano per una stretta che fondamentalmente vuol dire pace. Una sorta di primo contatto fisico per stabilire un rapporto. Nel mentre, generalmente, diciamo anche “piacere”. Ho sempre trovato questo modo di comportarsi di grande ignoranza. Come si può dire che è un piacere conoscere una persona se fondamentalmente l’abbiamo appena incontrata e non ancora conosciuta?

Prima conosci la persona, poi sei in grado di capire se è stato un piacere

Personalmente mi è capitato di incontrare delle persone e scoprire dopo averle conosciute che non è stato affatto un piacere. Niente di che, ci mancherebbe, ma non posso dire che sia stato un piacere, una sensazione che associo ad altre persone e contesti. Così ritengo più corretto e meno ipocrita salutare semplicemente una persona quando le si stringe la mano e tenere un eventuale esternazione delle proprie emozioni per quando la si saluta nuovamente, dopo avere potuto appurare che effettivamente sia stato un piacere.

Convenevoli: molta apparenza e poca sostanza

Il rischio di questi convenevoli è di diventare vuoti, essere solo apparenza e niente sostanza. Cercando di rispettare tutti, non mancando di rispetto a nessuno ed essendo anche gentili, ritengo sia giusto dire alle persone ciò che si pensa piuttosto che creare una sorta di muro di ipocrisia che a nulla servirà se non a mantenere le due persone lontano tra loro, facendogli magari credere, invece, di essere vicine. È molto importante avere la libertà di dire alle persone ciò che si pensa veramente ed è altrettanto importante sapere accettare ciò che la gente ci dice. Riuscire in questo significa avere messo da parte un contesto di maturità e di rispetto per noi e per gli altri per nulla indifferente.