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Il piacere di una stretta di mano e l’ignoranza che deriva dai convenevoli

27 novembre 2009 at 14:23

Una stretta di mano e una parola convenevole di troppo

Una stretta di mano e una parola convenevole di troppo


I convenevoli venivano utilizzati un tempo per determinati motivi, ad oggi rimane ancora in noi una serie di abitudini che oggi giorno però non sono più consone al tipo di vita che facciamo. Oltre a comportarci per abitudine, questi gesti perdono valore, lasciando posto ad ignoranza e ipocrisia.

Sicuro che sia un piacere?

Siamo così condizionati dai convenevoli che ormai non ci accorgiamo più di ciò che facciamo e di quello che diciamo. Quando ci presentiamo a qualcuno o quando lo incontriamo per i più svariati motivi gli diamo la mano per una stretta che fondamentalmente vuol dire pace. Una sorta di primo contatto fisico per stabilire un rapporto. Nel mentre, generalmente, diciamo anche “piacere”. Ho sempre trovato questo modo di comportarsi di grande ignoranza. Come si può dire che è un piacere conoscere una persona se fondamentalmente l’abbiamo appena incontrata e non ancora conosciuta?

Prima conosci la persona, poi sei in grado di capire se è stato un piacere

Personalmente mi è capitato di incontrare delle persone e scoprire dopo averle conosciute che non è stato affatto un piacere. Niente di che, ci mancherebbe, ma non posso dire che sia stato un piacere, una sensazione che associo ad altre persone e contesti. Così ritengo più corretto e meno ipocrita salutare semplicemente una persona quando le si stringe la mano e tenere un eventuale esternazione delle proprie emozioni per quando la si saluta nuovamente, dopo avere potuto appurare che effettivamente sia stato un piacere.

Convenevoli: molta apparenza e poca sostanza

Il rischio di questi convenevoli è di diventare vuoti, essere solo apparenza e niente sostanza. Cercando di rispettare tutti, non mancando di rispetto a nessuno ed essendo anche gentili, ritengo sia giusto dire alle persone ciò che si pensa piuttosto che creare una sorta di muro di ipocrisia che a nulla servirà se non a mantenere le due persone lontano tra loro, facendogli magari credere, invece, di essere vicine. È molto importante avere la libertà di dire alle persone ciò che si pensa veramente ed è altrettanto importante sapere accettare ciò che la gente ci dice. Riuscire in questo significa avere messo da parte un contesto di maturità e di rispetto per noi e per gli altri per nulla indifferente.

Uomini che piangono e uomini che fingono di essere tali

13 novembre 2009 at 06:10

Uomo che piange seduto sulle scale di casa

Uomo che piange - generalmente se ne vergogna


Gli uomini passano la propria giovinezza a cercare di non piangere più per dimostrare di essere uomini. Poi si accorgono di non riuscire più a piangere e di non essere così più uomini.

Uomini e lacrime

Un vero uomo piange o non versa mai una lacrima? Credo di avere risposto a questa domanda in maniera definitiva quando nei militari, dritto in piedi di fronte al capitano di compagnia, con gli occhi pieni di lacrime e il naso colante, esso mi disse: “comportati da uomo! Smetti di piangere!”. Capii allora che per comportarsi da uomo ogni tanto è necessario piangere.

Ciò che è dentro ogni uomo

Il rapporto che gli uomini hanno con le proprie lacrime è molto particolare, credo ne provino vergogna. Ho sentito alcuni amici vantarsi di non piangere da quando avevano 12 anni, altri disperarsi perchè avevano paura di non riuscire più a versare lacrime, sintomo dell’essere incapaci di provare certe emozioni. Ho visto uomini ritenersi tali perchè portavano sul fianco una pistola, altri perchè erano riusciti a diventare sproporzionatamente grossi, altri perchè potevano vantare molte conquiste femminili, altri ancora perchè potevano permettersi di comprare molte cose.

Il tentativo di somigliare a un uomo che non ci somiglia ci allontana dal vero uomo che è in noi

L’idea che un uomo ha di se stesso viaggia a braccetto con l’idea di uomo che propina la società di oggi, ma ancora di più credo dipenda da un qualcosa di atavico presente in ognuno di noi. È come se dovessimo dimostrare di essere qualcuno che in realtà non siamo. Cerchiamo di nascondere le nostre debolezze, segno vero queste del nostro essere uomini. Più cerchiamo di somigliare all’uomo che non ci somiglierà mai e più ci allontaniamo dal vero uomo che è in noi.

Sia chiaro, non è di certo uomo colui che piange sempre e non è in grado di comportarsi veramente come tale, ma non so quanti uomini ho conosciuto che siano capaci di versare il giusto numero di lacrime nei momenti opportuni. Forse con la confusione che abbiamo dentro di noi non tendiamo solo a nascondere le nostre debolezze, ma anche le nostre forze, cosicchè passiamo la vita a non essere mai noi stessi per paura di sembrare troppo deboli o spropositamente forti.

L’uomo e il bambino in ognuno di noi

Un uomo è tale poichè, innanzitutto, non si vergogna di ciò che è. Non piange per nulla, ma per le emozioni che prova e lo dimostra fieramente. La sua forza arriva dal suo animo e sa essere forte quando necessario. Non deve dimostrare niente e non ne sente nemmeno il bisogno. Sa essere uomo e bambino allo stesso tempo, preferendo uno all’altro al momento opportuno.

La cultura non è intelligenza

26 ottobre 2009 at 06:10

braccia unite e intrecciate in cerchio

L'unione delle proprie conoscenze da vita a una vera intelligenza umana


Si tende a credere che la cultura sia intelligenza e l’ignoranza stupidità, ma ciò che fa veramente la differenza in un uomo è il buon senso. Questo è il metro di misura con cui è possibile valutare la vera intelligenza di un uomo e i meandri della stupidità.

L’ignoranza degli uomini li divide uno dall’altro

C’è sempre stato un divario, una sorta di guerra, un malinteso tra gli studiosi e i lavoratori. Questa separazione sociale si è riversata in un conflitto tra borghesia e proletariato. I primi, facendosi fregio della loro cultura hanno sempre avuto un pò la puzza sotto il naso, soprattutto nei confronti della classe operaia. I secondi hanno sempre guardato con sospetto coloro che esercitano professioni che non richiedono un vero e proprio lavoro manuale.

L’unione fa la forza

A mio vedere è una lotta d’ignoranza generale. Nel periodo illuminsta si sono fatti grandi passi avanti nelle possibilità dell’uomo proprio quando gli scienzati hanno capito che la scienza studiata senza essere applicata non era nulla e quando coloro che applicavano la scienza manualmente capirono che senza studiosi che ne elaborassero nuove soluzioni e teorie sarebbe stata impossibile. L’unione di queste due frange ha creato nuove idee, nuove possibilità. I primi insegnavano nuove tecniche da applicare, i secondi insegnavano contesti applicativi nel praticare manualmente quella scienza. Entrambi imparavano l’uno dall’altro. Questo incontro di pensieri e di lavoro è stato essenziale per lo sviluppo non solo delle tecnologie ma proprio del pensiero umano applicato.

La cultura non è intelligenza come l’ignoranza non è stupidità

Ad oggi questo si è perso. Si da importanza a un uomo in base al lavoro che fa, la cultura che ha, i soldi e le cose che possiede. Ci si crea schermi protettivi per difenderci dall’ignoranza e dalla saccenza dimenticando che siamo tutti ignoranti e saccenti a nostro modo. Purtroppo si crede che la cultura sia intelligenza, quando la cultura in realtà è solo sapere, l’intelligenza è un’altra cosa. Ho conosciuto persone colte di un’ignaranza spaventosa e persone prive di cultura con una grande intelligenza. Ciò che ci manca purtroppo è il buon senso. Non riusciamo a capire che ogni uomo ha il suo bagaglio di esperienze, le sue abilità e per questo si creano false credenze su chi sia meritevole delle nostre attenzioni e della nostra compagnia e chi no.

Una nuova epoca di lumi: la forza degli uomini!

Finché ci saranno raggruppamenti di uomini basati sulla classe sociale, l’idea politica, il lavoro e le credenze gli uomini cresceranno molto poco. È veramente disidicevole tutto questo. Speriamo solo che una nuova epoca di lumi arrivi presto, in modo che gli uomini di ogni ceto, ogni appartenenza, ogni idea e credenza possano di nuovo collaborare insieme per migliorarsi a vicenda, questa è la vera forza degli uomini!

La paura di stare in mezzo alla gente

12 ottobre 2009 at 06:11
Folla di persone

Folla di persone

Ochlofobia è la paura delle folle e delle calche. Molte persone ignorando il contesto di questa fobia provano comunque un grosso disagio nel ritrovarsi in mezzo a tanta gente. Le reazioni a tale disagio sono le più svariata ma generalmente prevale l’isolamento.

Una paura che vive nel silenzio generale

Molte persone al giorno d’oggi hanno una sorta di disagio a stare in mezzo a tanta gente. Non credo si possa definire come nuova forma di ochlofobia (paura delle folle e delle calche), ma credo sia una causa della nostra società, del nostro modo di vivere e di intendere la comunità. Anche molte persone che non lo mostrano e che apparentemente sembrano trovarsi bene in mezzo a molta gente in realtà vivono dentro di loro un piccolo dramma.

L’importanza della sicurezza interiore e dell’attenzione che ci viene prestata

Quale può essere la causa? Ovviamente non abbozzo ne teorie scientifiche ne tantomeno pensieri psicologici, semplicemnte il mio parere. Per come siamo abituati a vivere oggi il numero fa la differenza. Ora, quando ci troviamo in compagnia di pochi intimi tutto ci pare calmo e tranquillo, ma non solo, è l’atmosfera che è diversa. Sentiamo intorno a noi una sorta di protezione, forse anche la consapevolezza che tutto è come ci aspettiamo. Sappiamo chi sono gli amici che abbiamo di fianco, a grandi linee non ci sorprenderanno con azioni che potrebbero traumatizzarci, ma soprattutto sappiamo che abbiamo la loro attenzione.

Quando ci troviamo tra le folle invece non abbiamo l’attenzione praticamente di nessuno, siamo uno dei tanti, un puntino tra la folla, e questo ci terrorizza. I risvolti di questo approccio sono due: da un lato una sorta di egocentrismo che definirei comunque positivo, dall’altro la giusta consapevolezza di non essere uno dei tanti, concetto fondamentale per avere discernere riguardo la propria esistenza e la propria unicità, ma anche per essere in grado di elaborare pensieri univoci e originali.

Le reazioni che abbiamo in mezzo alla gente

Così quando ci troviamo in mezzo a molta gente (conoscenti o estranei che siano) tendiamo ad annulalrci, a rimanere in disparte, come a volerci schermare da qualcosa che potrebbe attaccarci, ma non è solo questo. Tendiamo a difenderci in modo che nella possibilità di essere uno dei tanti risulti evidente il nostro comportamento differente. Mentre magari tutti socializzano o si divertono noi rimaniamo in disparte, come a volere dire che noi non ci comportiamo come gli altri, siamo diversi.

Un pensiero giusto che manca di elasticità

Credo semplicemente manchi una certa maturità nel pensiero, che nonostante trovi molto plausibile mi appare limitato. Siamo tutti uguali e tutti diversi. Tutti unici sebbene tra le masse. Capaci di distinguerci in mezzo alla folla, sempre che non decidiamo di farci fuori da soli. Tendiamo a ignorare che i nostri pensieri sono comuni, e le paure che sentiamo noi in un certo momento è molto probabile le stia sentendo anche la persona che ci sta passando a fianco. Tendiamo a vedere il mondo come NOI da una parte e le ALTRE PERSONE dall’altra. Ma tutti tendono a vedere il mondo così e quindi è una visione unitaria che non trova fondamento in nessuno di noi e in nessuno dei nostri pensieri.

Il grafico delle conoscenze

La società non ci aiuta, ci impone quasi di conoscere sempre più persone, senza farci capire però che più persone conosceremo meno li conosceremo. Conoscendo il numero di persone consono al nostro stile di vita e le nostre possibilità saremo invece capaci di conoscerle veramente e farci conoscere altrettanto bene.

Teoria sulle figure rupestri

2 ottobre 2009 at 10:05

Incisione rupestre raffiguranti due uomini con un'arma in mano

Incisioni rupestri - il loro mistero è più nascosto di quanto si pensi


La conoscenza è insita nel passato così come nelle scoperte future. Ignoriamo e non tramandiamo conosenze solo perchè non sappiamo come classificarle. Perdiamo così una grossa parte del nostro essere atavico.

Ciò che crediamo non è la realtà

Abbiamo la propensione a ritenere che la conoscenza sia nel futuro, credendo che più ci addentriamo nel passato e più troveremo ignoranza. Chiamiamo gli antichi con il nome di primitivi eppure ad oggi tanti misteri non sono stati svelati. Le figure rupestri sono per noi i disegnini di uomini primitivi. Non prendiamo in considerazione che anche se fossero primitivi potrebbe essere arte.

Crediamo di essere l’unica generazione nell’unica era, quando il tempo è in realtà così lungo e profondi e nascosti sono i suoi misteri. Mi è sempre piaciuto un piccolo esempio che lessi tempo addietro sul web e che riporto a parole mie.

La vita di 2 uomini d’oggi dopo una catastrofe

Se io e te fossimo gli unici sopravvisuti a una catastrofe universale non avremmo molte speranze di sopravvivenza. Eppure siamo considerati uomini moderni, con molte conoscenze. Sappiamo cosa è un TV, un aereo, un computer. Conosciamo la scienza, la chirurgia e tante altre cose. Ora, non so tu, ma io non ho la minima idea di come si costruisca un TV, un aereo e un computer. Non sperare possa operare chirurgicamente o fare cose da scienzato.

Potrei però dipingere queste cose per rappresentarle, questo si. Potrei disegnare aerei che decollano, città intere, schermi televisivi e molto altro. Non aspettarti però chissà quali opere d’arte, non me la cavo molto bene con la pittura e i miei disegni apparirebbero come quelli di un bambino. Se un giorno di molti decenni dopo qualcuno trovasse queste rappresentazioni penserebbe forse che eravamo dei primitivi?

Le prime cose che faremmo se non trovassimo armi credo sarebbe costruirne, per poterci difendere. Un bastone con legato una pietra o qualcosa del genere. Chissà, essendo sopravvisuti a una catastrofe magari ancora molti sconvolgimenti sarebbero in corso e potremmo rimanere seppelliti da una valanga o chissà cos’altro. Millenni dopo ci troverebbero e cosa direbbero? Che hanno trovato due omini primitivi con il loro bastoncino per difendersi?

La concezione d’insegnamento di oggi va contro il concetto d’insegnamento stesso

A volte basta tenere aperte le possibilità per avere una gamma di soluzioni riguardante gli avvenimenti un pò più ampia di come ce la voglino fare credere. Il nostro sistema si base sulla conoscenza e non sul mistero. Immagina come sarebbe se tutte le cose misteriose che esistono fossero materia d’insegnamento; un alunno farebbe una domanda e l’insegnante non saprebbe rispondere. Si perderebbe il concetto che uno insegna e l’altro impara.

Forse basterebbe ritrovare un pò la nostra umiltà di uomini e chiarire come stanno le cose. Forse così ritroveremmo la nostra strada, che ci farebbe capire che molta conoscenza e molti misteri sono alle nostre spalle e se non li ignoreremo ce li ritroveremo dinnanzi a noi, per imparare sempre più, dal passato così come dalle nuove scoperte.